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title: Lottando sul nuovo terreno
subtitle: Cos’è cambiato dal XX secolo
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header_image_description: Lottando sul nuovo terreno: Cos’è cambiato dal XX secolo
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# Ouverture: molte cose cambiano...

Una volta, la struttura di base del patriarcato era la famiglia nucleare e chiedere la sua abolizione è stata una richiesta radicale. Ora le famiglie sono sempre più frammentate: nonostante questo, quanto, di fondo, si è ampliato il potere delle donne o l’autonomia dei bambini?

Una volta, i media tradizionali consistevano di pochi canali televisivi e radiofonici. Non solo si sono moltiplicati all’infinito, ma sono stati soppiantati da forme di media come Facebook, Youtube e Twitter. Ma questo ha fatto fuori il consumo passivo? E, strutturalmente parlando, quanto più controllo hanno veramente gli utenti su questi formati?

Una volta, i film rappresentavano l’epitome di una società basata sull’essere spettatori, oggi i videogiochi ci permettono d’essere le stelle di epici “sparatutto”, e l’industria dei giochi da consolle ha lo stesso giro d’affari di Hollywood. In un pubblico che guarda un film, ognuno è solo, il massimo che può fare è fischiare se la trama lo offende. Nei nuovi giochi elettronici invece, è possibile interagire in tempo reale con versioni virtuali di altri giocatori. Ma è una maggiore libertà? Vuol dire stare più insieme?

Una volta, si poteva parlare di una cultura sociale e culturale tradizionale e la stessa sottocultura pareva sovversiva. Ora, per i nostri capi la “diversità” è un bene prezioso, e la sottocultura un motore essenziale della società dei consumi: quante più identità, tanti più mercati.

Una volta, la gente cresceva nella stessa comunità di genitori e nonni, e viaggiare poteva essere  considerato  una  forza  destabilizzante,  capace  di  interrompere  configurazioni sociali e culturali statiche. Oggi la vita è caratterizzata da un costante movimento nel quale la gente lotta per stare al passo con le richieste del mercato; al posto di configurazioni repressive, abbiamo una transitorietà permanente e l’atomizzazione universale.

Una volta, i lavoratori si fermavano per anni o decenni nel solito impiego, sviluppando legami sociali e punti di riferimento comuni tali da rendere possibili i sindacati vecchio stile. Oggi, l’occupazione è sempre più temporanea e precaria, e sempre più lavoratori passano dalle fabbriche e i sindacati al settore dei servizi e alla flessibilità obbligatoria.

Una volta, il lavoro salariato era una sfera distinta della vita, era facile riconoscerlo e ribellarsi contro i modi in cui veniva sfruttato il nostro potenziale produttivo. Ora, ogni aspetto dell’esistenza sta diventando “lavoro”, nel senso di attività che produce valore per l’economia capitalistica: guardando il proprio account di posta elettronica si aumenta il  capitale  di  coloro  che  vendono  pubblicità.  Al  posto  di  ruoli  distinti  e  specializzati nell’economia capitalistica, vediamo sempre più la produzione collettiva e flessibile di capitale, in gran parte non pagata.

Una volta, il mondo era pieno di dittature nelle quali il potere era chiaramente esercitato dall’alto  e  poteva  essere  contestato  in  quanto  tale.  Ora  stanno  cedendo  il  passo  a democrazie che sembrano includere più persone nel processo politico, legittimando così i poteri repressivi dello Stato.

Una volta, l’unità essenziale del potere statale era la nazione, e le nazioni competevano tra loro per far valere i propri interessi individuali. Nell’era della globalizzazione capitalista, gli interessi del potere statale trascendono i confini nazionali e il modello dominante di conflitto non è la guerra, ma il controllo poliziesco. A volte viene utilizzato contro le nazioni canaglia, ma è attuato continuamente nei confronti delle persone.

Una volta, si poteva disegnare il confine, anche se arbitrario, tra il cosiddetto Primo e Terzo Mondo. Oggi coesistono in ogni metropoli, e la supremazia bianca, negli Stati Uniti, è gestita da un presidente afro-americano.

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# Lottando sul nuovo terreno

_Al volgere del secolo, potevamo immaginare l’anarchismo solo come una diserzione da un ordine sociale onnipotente._

Dieci anni fa, da giovani folli idealisti, pubblicammo *Days of War, Nights of Love*, insperatamente uno dei libri anarchici più venduti nel decennio  successivo. Se pur controverso all’epoca, in retrospettiva si rivelò  ragionevolmente rappresentativo di quanto molti anarchici andavano  chiedendo: immediatezza, decentramento, autoproduzione quale pratica di  resistenza al capitalismo. Aggiungemmo alcuni elementi di provocazione:  anonimato, plagiarismo, illegalità, edonismo, rifiuto del lavoro,  delegittimazione della storia a favore del mito, l’idea che la lotta  rivoluzionaria potesse essere un’avventura romantica.
 
Il nostro approccio si inscriveva in un contesto storico preciso. Il  blocco sovietico era da poco crollato e le imminenti crisi politiche,  economiche ed ecologiche non si erano ancora profilate; il trionfalismo  capitalista era al suo apice. Volevamo scalzare i valori borghesi,  perché parevano sintetizzare le aspirazioni di *ogni persona*;  presentammo la lotta anarchica come un progetto individuale, perché era  difficile immaginare qualcosa di diverso. Quando il movimento  antiglobalizzazione prese slancio negli Stati Uniti e lasciò il passo al movimento contro la guerra, giungemmo a concettualizzare la lotta in  un’ottica più collettiva, se pur derivante da una decisione personale di opporsi a uno status quo profondamente radicato.

Oggi buona parte di ciò che proclamavamo è acqua passata. Il capitalismo è entrato in uno stato di crisi permanente, le innovazioni tecnologiche sono penetrate sempre più a fondo in ogni aspetto della vita, e  l’instabilità, il decentramento e l’anonimato hanno finito per  caratterizzare la nostra società, senza portarci minimamente più vicino  al mondo dei nostri sogni.

Spesso i radicali pensano di trovarsi in una landa desolata, senza  contatti con la società, quando in realtà ne costituiscono l’avanguardia – pur non avanzando necessariamente verso le mete cui anelano. Come  sostenemmo poi nel n. 5 di *Rolling Thunder*, la resistenza è il  motore della storia: genera sviluppi sociali, politici e tecnologici,  costringendo l’ordine prevalente a innovarsi di continuo per aggirare o  assimilare l’opposizione. Possiamo pertanto contribuire a trasformazioni formidabili, senza mai raggiungere il nostro obiettivo.

Con questo non vogliamo attribuire ai radicali la capacità di  determinare gli eventi mondiali, semmai affermare che spesso ci  ritroviamo inconsciamente al loro apice. Rispetto all’immensità della  storia, qualunque azione è infinitesimale, ma il concetto stesso di  teoria politica implica che è ancora possibile sfruttare questa capacità di agire in maniera significativa.

Quando studiamo le singole strategie di lotta, dobbiamo fare attenzione a non avanzare rivendicazioni che possano essere smontate da riforme  parziali, onde evitare che i nostri oppressori neutralizzino i nostri  sforzi limitandosi a fare qualche semplice concessione. Alcuni esempi di progetti radicali che possono essere facilmente recuperati sono  talmente ovvi che è quasi una banalità ricordarli: il feticismo della  bicicletta, la tecnologia “sostenibile”, gli acquisti “a kilometro 0” e  altre forme di consumo etico, il volontariato che mitiga le sofferenze  provocate dal capitalismo globale senza metterne in discussione le  cause.

Ma questo fenomeno può verificarsi anche a livello strutturale. Dobbiamo esaminare i modi in cui abbiamo reclamato una trasformazione sociale  generale che potrebbe avere luogo senza scuotere le fondamenta del  capitalismo e della gerarchia, cosicché la prossima volta i nostri  sforzi possano *portarci fino in fondo.*

_Oggi deve diventare la pista di decollo da un mondo in rovina._

# Non lavorare – Quale lavoro?

La provocazione che caratterizzò la nostra gioventù fu prendere alla  lettera il motto situazionista NON LAVOREREMO MAI. Alcuni di noi  decisero di provare sulla propria pelle se fosse realmente possibile.  Questo atto di spavalderia rivelò tutto l’ingegno della spontaneità  giovanile, e tutte le sue insidie. Anche se molti altri avevano percorso questa via in passato, per noi fu come essere i primati lanciati per  primi nello spazio. In ogni caso, facevamo qualcosa, prendevamo il sogno della rivoluzione sul serio, come un progetto che si può avviare  immediatamente nella propria vita, con – come si diceva allora – un  aristocratico disprezzo per le conseguenze.

È forte la tentazione di snobbarla come semplice rappresentazione  artistica Eppure dobbiamo intenderla come un primo tentativo di  rispondere alla domanda con la quale i presunti rivoluzionari si  confrontano tuttora negli Stati Uniti e in Europa occidentale: *che cosa può mettere fine alla nostra obbedienza?* Gli insurrezionalisti contemporanei cercano di porsi lo stesso  interrogativo oggi, anche se le risposte offerte da molti di loro sono  altrettanto limitate. Di per sé, né la disoccupazione volontaria, né gli atti di vandalismo gratuito sembrano in grado di scuotere la società e  indirizzarla verso una situazione rivoluzionaria. Nonostante tutto,  rimaniamo convinti della nostra intuizione iniziale: ci vorrà un *nuovo modo di vivere* per creare una situazione del genere; non si tratta soltanto di  dedicare un numero sufficiente di ore ai soliti vecchi compiti. Il  tessuto essenziale della nostra società – la cortina che ci separa da un mondo diverso – è soprattutto il *buon comportamento* degli sfruttati e degli esclusi.

Nel giro di un decennio la storia ha reso obsoleto il nostro  esperimento, accogliendo, per assurdo, la nostra rivendicazione di una  classe inadatta al lavoro. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, presunto al 4% nel 2000, alla fine del 2009 era salito al 10% –  contando soltanto le persone che cercavano attivamente un impiego. Gli  eccessi della società dei consumi una volta offrivano a chi se ne  chiamava fuori un certo margine di errore; la crisi economica ha eroso  questo margine e ha conferito alla disoccupazione un sapore decisamente  involontario.

È ormai evidente che il capitalismo non ha più bisogno di noi di  quanto noi abbiamo bisogno di lui. E questo non vale soltanto per gli  anarchici refrattari, ma per milioni di lavoratori negli Stati Uniti.  Nonostante la crisi economica, le grandi multinazionali continuano a  registrare enormi profitti, ma invece di usare queste entrate per  assumere più dipendenti, investono nei mercati esteri, acquistano nuove  tecnologie per ridurre il fabbisogno di manodopera, e distribuiscono i  dividendi agli azionisti. Ciò che fa bene alla General Motors non fa  bene al paese, insomma. Le aziende statunitensi più redditizie stanno  ora trasferendo la produzione e i consumi all’estero, nei “mercati in  via di sviluppo”.

In questo contesto, la cultura dell’autoesclusione assomiglia un po’  troppo a un programma volontario di austerità; ai ricchi conviene, se  rifiutiamo il materialismo consumistico, dato che in ogni caso non c’è  abbastanza per tutti. Alla fine del Ventesimo secolo, quando la maggior  parte delle persone si identificava con la propria professione, il  rifiuto di abbracciare il lavoro quale forma di realizzazione personale  esprimeva il rigetto dei valori capitalistici. Oggi il lavoro saltuario e l’identificazione con le proprie attività ricreative, invece che con la carriera professionale, sono ormai normalizzati come condizione  economica piuttosto che politica.

Il capitalismo sta facendo propria anche la nostra convinzione che le persone dovrebbero agire secondo la propria coscienza, invece che per  un salario. In un’economia che offre abbondanti possibilità di vendere  il proprio lavoro, è ragionevole sottolineare l’importanza di altre  motivazioni per svolgere un’attività; in un’economia in crisi, essere  disposti a lavorare gratuitamente ha implicazioni diverse. Lo Stato, per compensare gli effetti deleteri del capitalismo, fa sempre più  assegnamento sulla stessa etica dell’autoproduzione che un tempo animava il movimento punk. Lasciare che i volontari ambientalisti ripuliscano  la chiazza di petrolio provocata dalla BP costa molto meno di farlo fare a dipendenti retribuiti, per esempio. Lo stesso vale per Food Not  Bombs, se lo si considera un programma di beneficenza anziché un metodo  per generare flussi sovversivi di risorse e solidarietà.

Oggi la sfida non è convincere la gente a rifiutarsi di vendere il  proprio lavoro, ma dimostrare come una classe in esubero sia capace di  sopravvivere e resistere. Di disoccupazione ne abbiamo in abbondanza:  dobbiamo interrompere i processi che producono povertà.

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# Tecnologie nuove – Strategie antiquate

Nella seconda metà del Ventesimo secolo, i radicali si erano organizzati in enclave sottoculturali dalle quali lanciavano attacchi contro la  società. L’invito a praticare la disoccupazione conflittuale  presupponeva un contesto di spazi controculturali in cui le persone  potessero rendersi intimamente partecipi a *qualcos’altro*.

Oggi il orizzonte culturale è diverso, la stessa sottocultura sembra  funzionare in maniera differente. Grazie alle nuove tecnologie di  comunicazione, si sviluppa e si diffonde molto più velocemente, e viene  sostituita con altrettanta rapidità. Il punk rock, per esempio, non è  più una società segreta alla quale gli studenti delle scuole superiori  sono iniziati attraverso le musicassette registrate dai compagni di  classe. È ancora partorito/ prodotto) da coloro che vi prendono parte,  ma adesso funziona come un mercato di consumo ed è trasmesso attraverso  luoghi impersonali, come le bacheche di annunci e i siti da cui  scaricare brani musicali.

Non c’è da sorprendersi se le persone sono coinvolte meno intimamente:  con la stessa facilità con cui lo hanno scoperto, possono passare a  qualcos’altro. In un mondo fatto di *informazione*, la sottocultura non pare più *al di fuori* della società, a indicare una possibile via di fuga, ma si presenta  come una delle molte zone al suo interno, una semplice questione di gusti.

Nel frattempo, Internet ha trasformato l’anonimato, un tempo prerogativa di criminali e anarchici, in un tratto aspetto tipico della  comunicazione quotidiana. Eppure, inaspettatamente, organizza le  identità e le posizioni politiche in base a una nuova logica. Lo  scenario del discorso politico è tracciato in anticipo dagli URL: è  difficile produrre un immaginario collettivo del potere e della  trasformazione quando ogni affermazione è già inserita in una  costellazione nota. Un manifesto su un muro può essere stato affisso da  chiunque; sembra indicare un sentimento generalizzato, anche se  rappresenta solo le idee di una persona. Una dichiarazione su un sito  Internet, invece, compare in un mondo perennemente segregato in ghetti  ideologici. L’immagine di CrimethInc. come movimento underground  decentrato al quale chiunque poteva partecipare ha ispirato una miriade  di attività, finché pian piano la topografia di Internet ha fatto sì che l’attenzione si concentrasse su un’unica pagina.

Così Internet ha parallelamente realizzato e reso obsolete le  potenzialità che avevamo scorto nella sottocultura e nell’anonimato. Si  potrebbe dire lo stesso della nostra perorazione del plagio. Dieci anni  fa pensavamo di prendere una posizione estrema contro la paternità delle opere e la proprietà intellettuale, mentre in realtà eravamo  precorrevamo appena l’evoluzione degli eventi. Le settimane spese a  setacciare le biblioteche in cerca di immagini da riutilizzare  prefiguravano un mondo in cui praticamente tutti fanno la stessa cosa  per il proprio blog adoperando la funzione di ricerca immagini di  Google. Il concetto tradizionale di paternità di un’opera è soppiantato  da nuove forme di produzione, come il *crowdsourcing*, che  indirizzano verso un possibile futuro in cui il lavoro volontario  gratuito sarà una componente importante dell’economia – quale *parte integrante* del capitalismo, anziché forma di resistenza ai suoi valori.

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E qui arriviamo a uno dei modi più nefasti in cui i nostri desideri  hanno trovato realizzazione nella forma, più che nel contenuto. La  distribuzione gratuita, un tempo considerata dimostrazione concreta di  un’alternativa radicale ai modelli capitalistici, è ormai data per  scontata in una società in cui i mezzi di produzione materiale sono  ancora nelle mani dei capitalisti. I formati elettronici si prestano  alla distribuzione gratuita delle informazioni; questo costringe chi  produce formati materiali, come i quotidiani, a cederli o a cessare  l’attività, per essere rimpiazzati da blogger felici di lavorare gratis. Al contempo, il cibo, l’alloggio e altre necessità della vita, per non  parlare degli strumenti necessari per accedere ai formati elettronici,  sono costosi come sempre. Questa situazione offre ai diseredati qualche  possibilità di accesso a determinati beni a tutto vantaggio di coloro  che già controllano vaste risorse: è perfetta per un’epoca di  disoccupazione dilagante, in cui sarà necessario pacificare i *farne uso.* Implica un futuro in cui un’élite ricca userà il lavoro gratuito di un vasto  insieme di lavoratori precari e disoccupati per preservare il proprio  potere e la loro dipendenza.

L’aspetto più raccapricciante è che questo lavoro gratuito sarà  assolutamente volontario, e darà l’impressione di portare benefici per  tutti, invece che per l’elite.

_Forse la contraddizione essenziale della nostra epoca è che le nuove  tecnologie e forme sociali permettono di adottare un modello orizzontale di produzione e distribuzione delle informazioni, ma creano maggiore  dipendenza dai prodotti delle multinazionali._

# Decentramento della gerarchia: partecipazione come sottomissione

Alla fine degli anni Novanta gli  anarchici sostenevano la partecipazione, il decentramento e l’azione  individuale. Affidandoci alla nostra esperienza nel settore  dell’autoproduzione alternativa, abbiamo contribuito a diffondere il  modello virale, per cui un *format* sviluppato in un contesto può essere riprodotto in tutto il mondo. Esemplificato da programmi come  Food Not Bombs e tattiche quali quella del Black Bloc, questo modello ha contribuito a diffondere una cultura antiautoritaria precisa da New  York alla Nuova Zelanda. 

All’epoca rispondevamo sia ai limiti dei  modelli politici e tecnologici del secolo precedente sia alle  opportunità emergenti per il loro superamento. Questo ci collocò  all’avanguardia delle innovazioni che hanno rimodellato la società  capitalista. Per esempio, TXTmob, il programma di elaborazione di SMS  messo a punto dall’*Institute for Applied Autonomy* per le  proteste in occasione delle Convention nazionali dei democratici e dei  repubblicani, è servito da modello per Twitter. Allo stesso modo, le  reti internazionali dell’autoproduzione alternativa, nella forma  teorizzata in manuali quali *Book Your Own Fucking Life*, si  possono considerare precursori di Myspace e Facebook. Nel frattempo, il  modello virale si è oggi affermato soprattutto per il marketing virale.  

La cultura dei consumi ci ha dunque catturati, integrando il nostro  tentativo di fuga nel mantenimento dello spettacolo che avevamo  rifiutato e offrendo a chiunque altro la possibilità di «evadere».  Annoiato dalla programmazione a senso unico delle reti televisive, il  consumatore moderno può provvedere alla propria programmazione  personale, pur rimanendo a una distanza fisica ed emotiva dagli altri  spettatori. Il nostro desiderio di maggiore capacità di intervento e  partecipazione è stato esaudito, ma all’interno di un quadro ancora  fondamentalmente determinato dal capitalismo. La pretesa che tutti  diventino soggetti invece che oggetti è stata realizzata: siamo ora  soggetti che gestiscono la propria alienazione, dando realtà alla  massima situazionista secondo cui lo spettacolo non è solo il mondo  delle apparenze, bensì il sistema sociale in cui gli esseri umani  interagiscono soltanto in base ai ruoli prescritti. 

Anche i fascisti  stanno tentando la strada del decentramento e dell’autonomia. In Europa i «nazionalisti autonomi» si sono appropriati dell’estetica e dei format  radicali, utilizzando la retorica anticapitalista e la tattica del black bloc. Di sicuro intorbida le acque, ma qui non si tratta soltanto dei  nostri nemici che cercano di camuffarsi e assumere le nostre sembianze: è anche indice di una spaccatura ideologica nei circoli fascisti,  allorché la generazione più giovane tenta di aggiornare i propri modelli organizzativi per adeguarli al Ventunesimo secolo. I fascisti negli  Stati Uniti e altrove sono impegnati nello stesso progetto, sotto la  bandiera paradossale dell’«anarchismo nazionale»; se riescono a  convincere l’opinione pubblica che l’anarchia è una forma di fascismo,  le nostre prospettive saranno davvero desolanti.

[[https://cdn.crimethinc.com/images/terrain/photo1b.jpg «Nazionalisti autonomi» (Qualcuno, per favore, ci liberi dall’afflizione di questi idioti!)]]

Che cosa significa se i  fascisti, i principali fautori della gerarchia, possono utilizzare le  strutture decentrate che siamo stati i primi a introdurre? Il Ventesimo  secolo ci ha insegnato le conseguenze derivanti dall’uso di mezzi  gerarchici per perseguire fini presumibilmente non autoritari. Il  Ventunesimo secolo potrebbe indicarci come mezzi presumibilmente non  gerarchici possano produrre esiti gerarchici. 

Attingendo a questi e ad  altri sviluppi, si potrebbe ipotizzare che ci stiamo muovendo verso una  situazione in cui il fondamento della società gerarchica non sarà  l’accentramento permanente del potere, ma la normalizzazione di alcune  forme delegittimanti di socializzazione e di adozione delle decisioni e  dei valori. Queste forme sembrano diffondersi spontaneamente, anche se  in realtà paiono desiderabili in ragione di ciò che manca nel contesto  sociale che ci viene imposto. 

Ma che significa gerarchie decentrate?  Sembra una specie di *koan* zen. La gerarchia è la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Come può essere decentrata? 

Per capirne il senso, occorre tornare alla concezione di Foucault del panopticon.  Jeremy Bentham progettò il panopticon come modello per rendere più  efficienti le carceri e i luoghi di lavoro; si tratta di un edificio  circolare, nel quale tutte le stanze si affacciano su un cortile  interno, in modo da poter essere viste da una torre di osservazione  centrale. I detenuti non possono vedere ciò che accade nella torre, ma  sanno di poter essere osservati dal suo interno in qualsiasi momento,  sicché alla fine interiorizzano questa forma di sorveglianza e di  controllo. In parole povere, il potere vede senza guardare, mentre  l’osservato guarda senza vedere. 

[[https://cdn.crimethinc.com/images/terrain/photo2b.jpg Panopticon]] 

Nel panopticon il potere ha  già sede in periferia, piuttosto che al centro, in quando il controllo è esercitato principalmente dai detenuti stessi. I lavoratori competono  per diventare capitalisti, anziché fare causa comune come classe; i  fascisti impongono autonomamente relazioni repressive, senza vigilanza  da parte dello Stato. Il potere non è imposto dall’alto, ma in funzione della *partecipazione stessa*. 

Semplicemente prendendo parte alla società, dobbiamo accettare la mediazione di strutture determinate da forze al  di fuori del nostro controllo. Per esempio, le nostre amicizie passano  sempre più attraverso Facebook, i telefoni cellulari e altre tecnologie  che tengono traccia delle nostre attività e delle nostre relazioni a  vantaggio delle multinazionali, oltre che dei servizi di informazione  del governo; questi format determinano anche il contenuto delle amicizie stesse. Lo stesso vale per le nostre attività economiche: al posto  della semplice povertà, abbiamo posizioni debitorie e creditizie – non  siamo una classe priva di povertà, ma una classe guidata dal debito. E,  ancora una volta, tutto questo appare come spontaneo, o addirittura come «progresso». 

Come si prospetta l’idea di resistere in questo contesto?  Le cose parevano molto più semplici nel 1917, quando i proletari di  tutto il mondo sognavano di espugnare il Palazzo d’Inverno. Due  generazioni dopo, l’equivalente sembrava essere prendere d’assalto le  sedi delle emittenti televisive, una fantasia ripresa in [un film di Hollywood](https://it.wikipedia.org/wiki/V_per_Vendetta) non più tardi del 2005. Oggi è sempre più evidente che il  capitalismo globale è privo di centro, di un cuore attraverso il quale  drive a stake. 

In realtà, questa evoluzione è una manna per gli  anarchici, in quanto sbarra la strada a forme di lotta attuate dall’alto verso il basso. Non ci sono scorciatoie, oggi, né giustificazioni per  prenderle – non ci saranno più dittature «provvisorie». Le rivoluzioni  autoritarie del Ventesimo secolo sono per sempre alle nostre spalle; se  dovrà scoppiare la rivolta, si dovranno diffondere le pratiche  anarchiche. 

Alcuni hanno sostenuto che, in assenza di un centro, quando  il *virus* di cui sopra è molto più pericoloso dell’assalto frontale, il  compito non è tanto scegliere il bersaglio giusto quanto pubblicizzare  *una nuova modalità di lotta*. Se ciò non è ancora accaduto, forse è  soltanto perché gli anarchici devono ancora mettere a punto un metodo  che altri considerino *pratico*. Quando dimostriamo soluzioni concrete ai  problemi sollevati dalla catastrofe capitalista, forse prenderanno  piede. 

Ma è un percorso insidioso. Tali soluzioni devono risuonare ben  oltre qualsiasi sottocultura particolare in un’epoca in cui ogni  innovazione istantaneamente genera sottocultura e vi rientra. Devono in  qualche modo rifiutare e interrompere le forme di partecipazione  essenziali al mantenimento dell’ordine, sia quelle basate  sull’integrazione sia quelle basate sulla marginalità. Devono rispondere ai bisogni immediati delle persone, e al contempo ispirare desideri  insurrezionali che conducano altrove. E se proponiamo soluzioni che  rivelano di non affrontare le cause alla radice dei nostri problemi –  come facemmo dieci anni fa – non faremo altro che vaccinare l’ordine  dominante contro la resistenza di questa generazione. 

Quando si tratta  di soluzioni contagiose, magari come i disordini in Grecia nel 2008,  durante i quali tutte le banche cui fu dato fuoco erano meno  significative della pratica quotidiana in Grecia di occupare edifici,  impossessarsi delle provviste alimentari e ridistribuirle e radunarsi in pubblico al di fuori della logica del commercio. O forse i tumulti  furono altrettanto significativi: non solo un attacco materiale contro il nemico, ma una festa in cui si afferma un modo radicalmente diverso di esistere.

# Destabilizzare la società: lascia o raddoppia

Negli anni ‘90 il capitalismo appariva per lo più stabile e  inattaccabile. Gli anarchici fantasticavano di rivolte, catastrofi e del collasso industriale proprio perché sembrava impossibile che non  avvenissero e perché, in loro assenza, sembrava non potessero che essere una buona cosa.

Tutto ciò cambiò a partire dal settembre 2001. Un decennio più tardi, le crisi e le catastrofi ci sono fin troppo familiari. L’idea che il mondo stia volgendo al termine è diventata sostanzialmente una banalità: chi  non ha letto una relazione sul riscaldamento globale e poi fatto  spallucce? L’impero capitalista è ovviamente troppo vasto e in pochi  credono ancora che sia destinato a durare per sempre. Per ora, tuttavia, pare essere in grado di utilizzare queste catastrofi per consolidare il controllo, distribuendone i costi agli oppressi.

Via via che la globalizzazione intensifica la distanza tra le classi,  alcune disparità tra le nazioni sembrano livellarsi. In Europa e negli  Stati Uniti le strutture di sostegno sociale vengono smantellate proprio quando la crescita economica si sposta in Cina e in India, e uomini  della Guardia Nazionale, che avevano combattuto in Iraq, sono stati  impiegati negli Stati Uniti per mantenere l’ordine durante le proteste  ai summit e nelle catastrofi naturali. Tutto questo è in linea con la  tendenza generale ad allontanarsi da modelli gerarchici statici e  territorializzati, tendenza che si dirige verso modelli dinamici e mezzi decentrati per mantenere le disuguaglianze. In questo nuovo contesto, i concetti del Ventesimo secolo sul privilegio e l’identità diventano  sempre più semplicistici.

In tempi di globalizzazione e di decentramento, i nostri nemici della  destra hanno già mobilitato la loro reazione. Lo vediamo col Tea Party  negli Stati Uniti, nei movimenti nazionalisti in tutta Europa e,  globalmente, nel fondamentalismo religioso. Mentre l’Europa occidentale  si è agglomerata nell’Unione europea, la parte orientale è stata  balcanizzata in decine di stati-nazione brulicanti di fascisti  desiderosi di capitalizzare il malcontento popolare. Il fondamentalismo  religioso è un fenomeno relativamente recente in Medio Oriente, che ha  preso piede in seguito alle fallite “liberazioni nazionali” laiche e  viene visto dall’imperialismo culturale occidentale come una reazione  esagerata. Se permetteremo ai sostenitori della gerarchia di  monopolizzare l’opposizione all’ordine dominante, gli anarchici  scompariranno semplicemente dalla scena della storia.

In questa fase altri stanno già scomparendo. Mentre in Europa la classe  media si assottiglia, muoiono con lei i partiti tradizionali della  sinistra, e i partiti di estrema destra stanno prendendo il terreno  lasciato libero.

Se la sinistra continua a recedere verso l’estinzione, a sinistra, per i radicali delle città, l’anarchismo sarà l’unica carta giocabile. Si  aprirà uno spazio in cui potremmo essere in grado di proporre le nostre  idee a tutti coloro che hanno perso la fiducia nei partiti politici. Ma  siamo disposti a combattere contro il capitalismo globale da soli, senza alleati? L’escalation del conflitto è una scommessa: non appena ci  attireremo l’attenzione dello Stato, dovremo raddoppiare la posta,  cercando di mobilitare un sufficiente sostegno popolare per aggirare  l’inevitabile contrattacco, oppure non farne nulla. Ogni rivolta deve  essere seguita da una campagna di sensibilizzazione ancor più ampia, non essere un rifugio nell’ombra; un compito arduo di fronte alla reazione e alla repressione.

Forse sarebbe meglio se la storia si muovesse tanto lentamente da  permetterci di avere il tempo di costruire un movimento popolare di  massa. Purtroppo non ci può essere, in materia, una scelta. Pronti o no, l’instabilità che abbiamo desiderata è qui; provvederemo a cambiare il  mondo o periremo con lui.

Quindi è giunto il momento di rinunciare a strategie fondate sulla stasi dello status quo. Allo stesso tempo, la crisi ci mantiene bloccati in  un perpetuo presente, facendoci reagire a stimoli contingenti anziché  agire strategicamente. Con le nostre capacità attuali, si può fare ben  poco per attenuare gli effetti delle catastrofi capitalistiche. Il  nostro compito è piuttosto quello di provocare reazioni di rivolta a  catena; dobbiamo valutare tutto ciò che intraprendiamo in questa luce.

In questo contesto, è più importante che mai vedere *noi stessi*  come protagonisti dell’insurrezione. Il corpo sociale anarchico  attualmente esistente negli Stati Uniti è abbastanza numeroso per  catalizzare sconvolgimenti sociali, ma non così corposo da realizzarli.  Come uno dei compagni di [Void Network](http://voidnetwork.blogspot.com/) non si stanca di ripetere: “Noi non facciamo l’insurrezione. Facciamo solo un po ‘di organizzazione: *ognuno* fa l’insurrezione”.

Ciò richiederà molto da ciascuno di noi. Diecimila anarchici disposti a  mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di Enric Duran, santo patrono dei debitori morosi, potrebbero costituire una forza reale, raccogliendo le risorse con cui costruire infrastrutture alternative e dando un esempio di disobbedienza pubblica che potrebbe diffondersi in lungo e in largo. Quella è una cosa che potrebbe aggiornare il [“dropping out”](http://news.infoshop.org/article.php?story=20060610134717980) per questa nuova epoca. E’ terrificante immaginare di arrivare a punti  del genere, ma in un mondo al collasso il terrore ci aspetta comunque,  che ci vada bene o meno.

Tutti quelli che hanno partecipato ad un black block sanno che è più sicuro stare davanti. *Lascia o raddoppia.*

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# E conclusione. Piaceri proibiti

Ma basta parlare di strategia. C’era una richesta in *Days of War, Nights of Love*, che in nessuna forma potrebbe essere realizzata sotto il capitalismo:  l’idea che la vita senza mediazioni possa diventare intensa e gioiosa.  Nella nostra concezione di resistenza l’abbiamo espressa come  un’avventura romantica in grado di soddisfare tutti i desideri prodotti, ma mai consumati nella società dei consumi. Nonostante tutta la  tribolazione e la sofferenza degli ultimi dieci anni, questa sfida  aleggia ancora come la speranza in fondo al vaso di Pandora.

Continuiamo a ribadire questa richiesta. Noi non resistiamo solo per dovere, abitudine o sete di vendetta, ma perché vogliamo *vivere pienamente* e far rendere al meglio il nostro potenziale illimitato. Siamo  rivoluzionari anarchici, perché sembra non ci sia modo di scoprire cosa  significa senza lottare almeno un po’.

Per quante difficoltà possa comportare, la nostra lotta è una ricerca  della gioia; per essere più precisi, si tratta di un modo per creare  nuove forme di gioia. Se perdiamo di vista questo, nessun altro si unirà a noi e nemmeno dovrebbero. Godersela non è semplicemente qualcosa che  dobbiamo fare per essere strategici, per attirare simpatizzanti: è un  segno infallibile per capire se abbiamo o no qualcosa da offrire.

Man mano che l’austerità diventa la parola d’ordine dei nostri  governanti, i piaceri disponibili sul mercato saranno sempre più dei  surrogati. L’interesse per la realtà virtuale vuol dire praticamente  ammettere che la vita reale non è, non può essere appagante. Dobbiamo  dimostrare il contrario, *scoprendo i piaceri proibiti* che indicano la strada per un altro mondo.

Ironia della sorte, dieci anni fa questa domanda sensata è stata  l’aspetto più controverso del nostro programma. Nulla mette le persone  più sulla difensiva che il suggerimento che possono e devono divertirsi: innesca tutta la vergogna dell’incapacità di farlo, tutto il  risentimento verso quelli che sentono come i monopolizzatori del  piacere, e una gran quantità di puritanesimo persistente.

In Frammenti di un antropologia anarchica, David Graeber ipotizza  che:

> ”se si vuole ispirare odio etnico, il modo più semplice per farlo è  concentrarsi sui modi bizzarri, perversi, in cui l’altro gruppo  avversario persegue il piacere. Se si vuole sottolineare comunanza, il  modo più semplice sta nel sottolineare che anche loro provano dolore”.

Questa formula è tragicamente familiare a chi abbia visto i radicali  sfottersi a vicenda. Dichiarare di aver provato un piacere celestiale –  soprattutto per qualcosa che viola di fatto il regime di controllo, come il taccheggio o gli scontri con la polizia – è un invito a farsi  rovesciare addosso disprezzo. E forse questa formula spiega anche perché gli anarchici possono trovarsi quando lo stato uccide Brad Will o Alexis Grigoropoulos, ma non riescano a mettere da parte le loro  differenze per combattere altrettanto ferocemente *per i vivi*.

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La morte ci mobilita, ci catalizza. La memoria della nostra mortalità ci libera, ci permette di agire senza paura; nulla è più terrificante  della possibilità *che si possano* vivere i nostri sogni, che  qualcosa è veramente in gioco nella nostra vita. Se solo sapessimo che  il mondo sta finendo, si sarebbe finalmente in grado di rischiare tutto, non solo perché non avremmo niente da perdere, ma perché non si avrebbe più nulla da vincere.

Ma se vogliamo essere anarchici, dobbiamo abbracciare la possibilità che i nostri sogni *possano* divenire realtà, e lottare di conseguenza. Per una volta dovremo  scegliere la vita invece della morte, il piacere invece del dolore.  Dovremo cominciare ad *iniziare*.

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